Tragedia del Vajont: storia e conseguenze

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A cura di Edoardo Angione.

1 – La diga del Vajont

Foto della diga del Vajont, scattata nel 2013
Foto della diga del Vajont, scattata nel 2013 — Fonte: Getty-Images

“9 ottobre 1963: giorno della tragedia del Vajont”
La sera del 9 ottobre del 1963, una frana colossale precipita in una riserva d’acqua nella valle del Vajont, al confine tra Friuli-Venezia Giulia e Veneto, provocando un violento ‘tsunami’. Si tratta di uno dei disastri naturali europei più gravi del ‘900, che raderà al suolo una cittadina (Longarone) e provocherà la morte di oltre 2000 persone innocenti, stravolgendo completamente l’assetto del territorio.

“La diga del Vajont fu costruita in una zona ad alto rischio sismico”
Commentatori, politici e giornalisti all’inizio si schierarono in difesa della diga, che nonostante il disastro naturale rimane in piedi: era un motivo di orgoglio per l’ingegneria italiana. Più avanti, si individuerà la responsabilità del disastro in alcuni dirigenti del settore elettrico: nonostante il disastro fosse prevedibile, a causa di interessi privati, la gigantesca diga era stata costruita ed utilizzata in un territorio ad altissimo rischio di frane e fenomeni sismici.

Il paese di Longarone e la diga del Vajont
Il paese di Longarone e la diga del Vajont — Fonte: Getty-Images

“Il Vajont è un torrente che scorre in Friuli Venezia Giulia e in Veneto”
Il Vajont è un affluente del fiume Piave che scorre nella parte sud-est delle Dolomiti, tra Friuli e Veneto. Nei secoli, questo corso d’acqua ha scavato una suggestiva gola stretta e profonda, la gola del Vajont, situata tra due montagne, il monte Toc ed il monte Salta. Sulle pendici del monte Salta sorgono alcune piccole comunità montane, racchiuse nel comune di Erto e Casso, mentre all’incontro della gola del Vajont con la valle del Piave, in provincia di Belluno, sorge la città di Longarone.

“Nel 1929 la Valle del Vajont fu ritenuta idonea per la costruzione di una diga”
Nel 1929, due studiosi reputano la Valle del Vajont idonea per la costruzione di un bacino idroelettrico per conto della SADE (Società Adriatica di Elettricità). Il progetto sarà approvato nel 1943, in piena Seconda Guerra Mondiale, dal Consiglio superiore dei lavori pubblici, attraverso un procedimento irregolare (soltanto 13 rappresentanti su 34 saranno presenti alla seduta), reso possibile dal periodo turbolento che l’Italia stava attraversando.

Il Monte Toc nel Vajont
Il Monte Toc nel Vajont —Fonte: Getty-Images

“1957: anno di inizio della costruzione della diga”
I cantieri verranno aperti, con ampi contributi pubblici, soltanto nel gennaio del 1957, sulla scia del ‘miracolo economico’ dando lavoro a circa 400 persone. L’economia italiana era in rapida espansione, e le città del nord, sempre più popolate, avevano bisogno di energia elettrica. Nonostante le preoccupazioni degli abitanti di Erto e Casso, molti dei quali possedevano pascoli e terre che sarebbero stati espropriati per fare posto al lago artificiale, la SADE decide addirittura di ampliare il progetto originale. La diga sarebbe diventata la più alta del mondo (266 metri di altezza, 723 sopra il livello del mare), in grado di contenere 115 milioni di metri cubici di acqua, su progetto dell’ing. Carlo Semenza.

“Nel 1959 una frana sormontò la diga di Pontesei causando la morte di un operaio della Sade”
Nel 1959, a pochi chilometri di distanza, una frana precipitava nel lago artificiale di un’altra diga progettata da Semenza, la diga di Pontesei, causando un’onda di 20 metri che costerà la vita all’operaio della Sade incaricato della sorveglianza, il cui corpo non sarà mai più ritrovato. I cittadini di Erto e Casso, sempre più allarmati, istituiranno un comitato, ma pochi mesi dopo la diga del Vajont è pronta.

2 – Una zona instabile

Una casa abbandonata di Erto e Casso dopo il disastro del Vajont
Una casa abbandonata di Erto e Casso dopo il disastro del Vajont — Fonte: Getty-Images
 “Tina Merlin denunciò più volte il pericolo di una frana”
Secondo una leggenda locale, la cittadina di Erto era destinata ad avere un periodo di prosperità, per poi sparire negli abissi di un lago. Ma non si trattava solo di antiche leggende: gli abitanti di Erto e Casso continuavano a percepire i segni ed i rumori di una frana imminente, e fino al 1963 non smisero mai di manifestare i propri timori. La giornalista Tina Merlin, che lavorava per il quotidiano comunista l’Unità, descrisse con una serie di articoli la preoccupazione generale e lo strapotere della SADE. L’azienda accuserà la Merlin di diffondere notizie false per turbare l’ordine pubblico, ma il tribunale di Milano la assolverà, stabilendo che i suoi articoli non riferivano nulla di falso.  


“La costruzione della diga coincise con la nascita dell’ENEL”
I timori e l’allarmismo non si accordavano bene con il clima di un’Italia in pieno boom economico, in cui la diga era percepita come una grande opera pubblica, benefica per l’economia, e di cui andare fieri. Per di più, il paese si stava avviando verso la nazionalizzazione dell’energia elettrica, ed anche per questo la SADE aveva fretta di passare al collaudo, per poter beneficiare in pieno dei contributi pubblici. Il primo collaudo della diga riempì il lago artificiale fino ad una altezza di 600 metri sul livello del mare, e l’acqua coprì i terreni espropriati agli abitanti di Erto e Casso.

“La SADE scoprì una paleofrana sul Monte Toc”
Parallelamente la Sade, allarmata dall’incidente presso la diga di Pontesei, commissionava nuove perizie, che stabilirono la presenza di una paleofrana sul monte Toc. A conferma di queste scoperte, nel novembre del 1960 una frana di 800.000 metri cubici di roccia precipita dal monte nel lago artificiale. La SADE continua a commissionare nuovi test: nel 1962 viene stabilito che la riserva d’acqua si trova in un’area a rischio, e che non dovrà superare il livello di 700 metri sopra il livello del mare.

“La diga del Vajont diventò proprietà dello Stato”
Alla fine del 1962, in seguito alla legge del governo Fanfani che stabilisce la nazionalizzazione dell’industria elettrica italiana, nasce l’ENEL: la diga del Vajont è ormai di proprietà statale. I tecnici dell’Enel devono subito gestire un nuovo scivolamento del monte Toc, mentre a Longarone, Erto e Casso, i segni di una frana imminente si fanno sempre più inequivocabili.

3 – L’incidente

Una casa distrutta dal crollo della diga del Vajont nel 1963
Una casa distrutta dal crollo della diga del Vajont nel 1963 —Fonte: Getty-Images

“9 ottobre 1963: data della caduta di una frana dal Monte Toc”
La sera del 9 ottobre del 1963, alle 22:39, un enorme blocco di terra di 400 metri cade dal Monte Toc, provocando una frana di 270 milioni di metri cubi di roccia, che in circa un minuto scivola nel lago artificiale ad una velocità di 100 km/h.

“La frana scavalcò la diga e colpì la cittadina di Longarone”
La massa di terra precipitata nel lago è superiore all’estensione del lago stesso, e provoca due gigantesche onde, alte più di 250 metri. La prima raggiunge Casso ed Erto, risparmiando i due paesi per pochissimo, ma spazzando via alcune frazioni. La seconda, la più terribile, scavalca la diga per finire nella valle del Piave, verso ovest: coglierà in pieno la cittadina di Longarone dopo 4 minuti.

“Morirono circa 1920 persone”
Quella sera molti degli abitanti di Longarone stavano guardando la finale di Coppa dei Campioni (Real Madrid contro Glasgow Rangers) quando la loro città viene spazzata via. Perdono la vita circa 1920 persone, tra cui centinaia di bambini. Soltanto 750 persone verranno identificate: alcuni corpi non saranno più riconoscibili dopo la tragedia, altri non verranno mai più ritrovati. Prima ancora di raggiungere Longarone, l’onda aveva smosso una quantità d’aria tale da essere considerata paragonabile ad una piccola bomba atomica, così forte che gran parte delle vittime vennero trovate nude, poiché i loro vestiti erano stati spazzati via dallo spostamento.

“La diga del Vajont esiste ancora”
Ironicamente, mentre l’80% degli abitanti di Longarone e molte costruzioni della città stessa venivano spazzate via, la diga del Vajont rimane integra, ed è in piedi ancora oggi.

4 – Dopo la tragedia

Longarone distrutto dal crollo della diga del Vajont, il 24 ottobre 1963
Longarone distrutto dal crollo della diga del Vajont, il 24 ottobre 1963 — Fonte: Ansa

“I primi soccorsi arrivarono la mattina del 10 ottobre”
Dove prima sorgeva la cittadina di Longarone, la mattina del 10 ottobre c’è un’enorme distesa di fango. Iniziano ad arrivare i soccorsi, vengono recuperati i primi cadaveri. Il giorno dopo, poiché c’erano rischi di ulteriori frane, viene ordinato lo sgombero a monte della diga, gli abitanti di Erto e Casso sono costretti a lasciare le loro case, ma alcuni di loro torneranno clandestinamente. Finita la tragedia, ci si inizia a domandare se in tutto questo qualcuno avesse una responsabilità.

“Per Dino Buzzati si trattò di un disastro naturale”
Giornalisti e partiti a questo punto si dividono: secondo alcuni (tra cui il Partito Comunista) a provocare il disastro era stata la SADE, secondo altri, tra cui lo scrittore e giornalista Dino Buzzati, si trattava di un disastro naturale che non andava strumentalizzato in senso politico. La diga, del resto, era un capolavoro di ingegneria.

Targa in ricordo delle vittime del Vajont a Casso nel 2013, per il 50° anniversario della tragedia
Targa in ricordo delle vittime del Vajont a Casso nel 2013, per il 50° anniversario della tragedia — Fonte: Getty-Images

“L’inchiesta dimostrò che il danno era prevedibile”
A pochi giorni dal disastro, parte un’indagine della magistratura e vengono nominate altre commissioni d’inchiesta per stabilire se si fosse trattato di un disastro naturale o se c’erano dei colpevoli. I capi d’accusa della magistratura sono: cooperazione in disastro colposo (sia di frana che di inondazione), omicidio e lesioni colpose plurimi. Ad essere accusati sono alcuni dirigenti e consulenti della SADE e alcuni funzionari del Ministero dei lavori pubblici. Tutte le relazioni tecniche del caso dimostrano che la catastrofe era prevedibile.

“Furono condannati un dirigente della Sade e di un ispettore del Genio civile”
Dopo un processo durato dal 1968 al 1972 verranno trovati colpevoli Alberico Biadene, un dirigente della Sade, e Francesco Sensidoni, ispettore del Genio civile. Soltanto Biadene finirà in prigione, per un anno e 6 mesi. La SADE era stata nel frattempo inglobata da ENEL e Montedison, che saranno condannate a risarcire i danni nel 1997. Nel 2000 lo Stato italiano dividerà le spese di risarcimento con Enel e Montedison.

Questa era una valle… non un catino da riempire con dell’acqua.

Laura Morante che nel film Vajont interpreta Tina Merlin

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