Analfabetismo funzionale

Analfabeti funzionali, il dramma italiano: chi sono e perché il nostro Paese è tra i peggiori

Sono capaci di leggere e scrivere, ma hanno difficoltà a comprendere testi semplici e sono privi di molte competenze utili nella vita quotidiana. Nessuna nazione in Europa, a parte la Turchia, ne conta così tanti. Tutti i numeri per capire la dimensione di un fenomeno spesso sottovalutato

DI ELISA MURGESE

Analfabeti funzionali, il dramma italiano: chi sono e perché il nostro Paese è tra i peggiori

Hanno più di 55 anni, sono poco istruiti e svolgono professioni non qualificate. Oppure sono giovanissimi che stanno a casa dei genitori senza lavorare né studiare. O, ancora, provengono da famiglie dove sono presenti meno di 25 libri.

Sono gli analfabeti funzionali, quegli italiani che non sono in grado di capire il libretto di istruzioni di un cellulare o che non sanno risalire a un numero di telefono contenuto in una pagina web se esso si trova in corrispondenza del link “Contattaci”. È “low skilled” più di un italiano su quattro e l’Italia ricopre una tra le posizioni peggiori nell’ indagine Piaac , penultima in Europa per livello di competenze (preceduta solo dalla Turchia) e quartultima su scala mondiale rispetto ai 33 paesi analizzati dall’Ocse (con performance migliori solo di Cile e Indonesia).

Non si parla in questo caso di persone incapaci di leggere o fare di conto, piuttosto di persone prive «delle competenze richieste in varie situazioni della vita quotidiana», sia essa «lavorativa, relativa al tempo libero», oppure «legata ai linguaggi delle nuove tecnologie», precisa Simona Mineo, ricercatore Inapp, l’Istituto Nazionale per l’Analisi delle Politiche Pubbliche (ex Isfol).

«Chi è analfabeta funzionale non è incapace di leggere – continua Mineo, che è stata anche National data manager per l’indagine OCSE-PIAAC condotta in Italia – ma, pur essendo in grado di capire testi molto semplici, non riesce a elaborarne e utilizzarne le informazioni». Un monito che riguarda gli italiani tutti perché, come conferma all’Espresso Friedrich Huebler, massimo esperto di alfabetizzazione per l’Istituto di statistica dell’Unesco: «Senza pratica, le capacità legate all’alfabetizzazione possono essere perse anno dopo anno». Come a dire che analfabeti non si nasce ma si diventa.

Sui libri, l’Europa ha i più alti tassi di alfabetizzazione 
Secondo l’Unesco, nel 2015 gli analfabeti in Italia erano pari all’1 per cento, percentuale che si riduce allo 0,1 se si considerasolo la popolazione dai 15 ai 24 anni . «In molte regioni industrializzate, come l’Europa, la maggior parte della popolazione è capace di leggere e scrivere – continua Huebler – L’enfasi, infatti, è da porre sull’analfabetismo funzionale e sui livelli di alfabetizzazione piuttosto che sulle basiche capacità di lettura e scrittura».

Al centro dell’analisi dell’esperto dell’Unesco ci sono proprio idati dell’analisi Piaac , che mostrano come, nonostante l’Italia abbia un tasso di alfabetizzazione che sfiora il 100 per cento, la percentuale di analfabeti funzionali è la più alta dell’Unione europea. D’altronde, «anche se la maggior parte degli abitanti dei paesi ricchi è capace di leggere e scrivere – chiude Huebler – non si deve dimenticare come i livelli di alfabetizzazionenon sono gli stessi per tutta la popolazione».

L’identikit dei nuovi analfabeti in Italia. 
Solo il 10 percento è disoccupato, fanno lavori manuali e routinari, poco più della metà sono uomini e uno su tre degli analfabeti funzionali italiani è over 55. Tra i soggetti più colpiti le fasce culturalmente più deboli come i pensionati e le persone che svolgono un lavoro domestico non retribuitomentre, per quanto riguarda la distribuzione geografica, il sud e il nord ovest del Paese sono le regioni con le percentuali più alte, visto che da sole ospitano più del 60 percento dei low skilled italiani.

A tracciare l’identikit dell’analfabeta funzionale italiano sono leelaborazioni dell’Osservatorio Isfol raccolte nell’articolo “Ilow skilled in Italia”, studio nato per indagare su quella nutrita parte della popolazione italiana che nell’indagine dell’Ocse ha mostrato di possedere bassissime competenze. Tra i risultati più interessanti, l’aumento della percentuale di low skilled al crescere dell’età, passando dal 20 percento della fascia 16-24 anni all’oltre 41 percento degli over 55. «Questo perché chi è nato prima del 1953 non ha usufruito della scolarità obbligatoria – continua la ricercatrice Mineo – ma anche perché nelle fasce più adulte si soffre maggiormente dell’analfabetismo di ritorno». Ovvero, «se non sono coltivate, vengono perse anche quelle competenze minime acquisite durante le fasi di formazione e di inserimento nel mondo del lavoro». Andamento inverso per gli high skilled: in altre parole, mano a mano che i mesi passano sul calendario, aumentano le possibilità di diventare analfabeti funzionali.

Balsamo contro la perdita delle nostre capacità può essere tornare tra i banchi di scuola da adulti o partecipare attivamente al mondo del lavoro. Eppure, non ogni occupazione può “salvarci” dall’essere potenziali analfabeti funzionali visto che solo alcune attività garantiscono il mantenimento se non addirittura lo sviluppo di capacità e conoscenze. «Sono le skilled occupations, ovvero professioni intellettuali, scientifiche e tecniche» precisa Simona Mineo.

Quale quindi la causa delle cattive performance degli over 50? Colpa dei loro brevi percorsi scolastici e di un precoce ingresso nel mercato del lavoro, ma «ciò che conta più di tutto è la mancanza di una costante ‘manutenzione’ e ‘coltivazione’ delle competenze». È l’assenza di allenamento mentale, quindi, la causa che la ricercatrice individua per il declino della popolazione più anziana. «Si dovrebbe garantire un invecchiamento attivo», e sostenere attività di apprendimento in età adulta. «Iniziative che purtroppo, in Italia, continuano ad essere estremamente ridotte». Contraltare degli over 50 sono i Neet (i giovani tra i 16 e i 24 anni che non stanno né lavorando né studiando), visto chesecondo lo studio di Inapp coloro che appartengono a questa categoria hanno una probabilità cinque volte maggiore di avere bassi livelli di competenza.

I libri che abbiamo in casa fanno la differenza.
Quanti volumi erano riporti sulla libreria di casa tua quando avevi 16 anni? Ecco una delle domande del questione Piaac che può fare la differenza visto che spesso gli analfabeti funzionali sono cresciuti in famiglie in cui erano presenti un numero limitato di libri.

«Questo dato è particolarmente accentuato nel nostro Paese –si legge nel report – dove il 73 percento dei low skilled è cresciuto in famiglie in cui erano presenti meno di 25 libri». Una mancanza che può portare i giovani a cadere in un crudele circolo vizioso. «L’assenza di un livello base di competenze – racconta Simona Mineo – rende difficili ulteriori attività di apprendimento», tanto da portare le competenze dei giovani con background fragili a «invecchiare e deteriorarsi nel tempo», rendendo per loro sempre un miraggio «l’accesso a qualsiasi forma di apprendimento».

Le nostre competenze, quindi, non sono statiche. La famiglia, l’età, l’istruzione e il lavoro possono determinarne nell’arco della vita lo sviluppo ma anche la loro perdita. E il tessuto italiano potrebbe addirittura aiutare la diffusione dell’analfabetismo funzionale. Tra i punti deboli del nostro Paese, infatti, «l’abbandono scolastico precoce, i giovani che non lavorano o vivono condizioni di lavoro nero e precario, la mancanza di formazione sul lavoro» continua la ricercatrice, puntando il dito anche contro «la disaffezione alla cultura e all’istruzione, che caratterizza tutta la popolazione».

D’altronde, come ricordava Tullio De Mauro, «la regressione rispetto ai livelli acquisiti nel percorso scolastico colpisce dappertutto gli adulti». «Occorre -, quindi, secondo lo studioso che più di tutti in questi ultimi anni ha continuato ad avvertire dei pericoli dell’analfabetismo, – riflettere su stili di vita e assetti sociali che producono questi dislivelli di competenze e queste masse di deprivati tra gli adulti».

Libia, il giallo della “Brigata 48” che ferma i migranti in partenza per lʼItalia

Il gruppo armato sarebbe capeggiato da un ex boss mafioso e starebbe tentando di ottenere fondi dal governo di Tripoli

Un gruppo armato denominato “Brigata 48” sarebbe in azione da qualche settimana in Libia per impedire alle barche dei migranti di salpare verso l’Italia. Sarebbe questa, quindi, la causa del calo di sbarchi che si è registrato sulle nostre coste negli ultimi due mesi. A luglio gli arrivi dal Nord Africa sono calati del 50% rispetto al 2016. A capo del gruppo, che starebbe cercando di accreditarsi presso il governo di Tripoli, vi sarebbe un ex boss mafioso.

Il gruppo starebbe operando a Sabratha, località usata dai trafficanti di esseri umani per iniziare i pericolosi viaggi nel mar Mediterraneo. Una volta bloccati, i profughi sarebbero rinchiusi in un centro di detenzione. Fonti locali, che hanno chiesto l’anonimato, hanno spiegato che il gruppo è composto da alcune centinaia di “civili, poliziotti, militari” e “lavora a terra, sulla spiaggia, per impedire che i migranti partano su barche dirette in Italia”. A capo dell’organizzazione vi sarebbe “un ex boss della mafia”.

Le fonti hanno riferito che il gruppo armato gestisce un centro di detenzione per i migranti e che starebbe tentando di ottenere legittimazione e fondi da Tripoli e dal governo di unità nazionale. Se la brigata non dovesse ottenere i finanziamenti potrebbe smettere di operare.

Obama: premio Nobel per la Pace, nel 2016 ha fatto sganciare 26.172 bombe

Attentato Barcellona, la verità è orribile. Per questo non viene detta

La notizia dell’ennesimo attentato che ha colpito l’Europa sta riempiendo giornali, tv e blog di immagini e video. All’indignazione per le tante vittime innocenti si intrecciano i commenti di intellettuali, giornalisti e politici. Purtroppo, come al solito, si tratta di commenti fuorvianti che cavalcano l’emozione del momento, completamente incapaci di mostrare una visione d’insieme. La quasi totalità delle opinioni che ci apprestiamo ad ascoltare nello tsunami dis-informativo che giungerà nelle nostre case non ci spiegheranno i perché di tali gesti che sono solo sintomi di una grave malattia. Una malattia che è la fine delmodello di sviluppo del mondo occidentale che, per perseverare nella sua folle crescita economica, deve depredare nuovi territori sempre con maggiore voracità.

Il fine nei prossimi giorni sarà sempre lo stesso: dividere in modo ipocrita il mondo tra buoni e cattivi, in modo da permettere a coloro che esercitano il vero potere di raggiungere gli obiettivi prefissati. Obiettivi atti a giustificare nuove spese militari, ulteriori restrizioni delle libertà in Occidente e la possibilità di usare, ancora un volta, la religione come maschera per celare la vera posta in palio che è la razzia di petrolio, gas e stupefacenti. Negli ultimi anni pianificate guerre dirette e per procura hanno destabilizzato un’importante area geografica. Le aggressioni all’Iraq, all’Afghanistan, alla Libia, alla Siria hanno fatto montare la rabbia. Rancori e odi che si sono incanalati in tanti disadattati europei usati come concime per seminare paura ma anche in gruppi radicali e terroristici. Gruppi come Al Qaeda e Isis, che però sono stati usati e finanziati, come è accaduto in Siria, in maniera strumentale dagli Stati Uniti che si sono autoproclamati portatori sani di democrazia e libertà.

L’invito che sento di rivolgere è di non limitarsi a volerinterpretare l’immagine di un puzzle solo con l’ultimo pezzo che ci viene mostrato dai mass media. Per rispettare le vittime degli attentati non serve essere informati su che musica ascoltassero e di quali film fossero appassionati, la vera sfida è spegnere la Tv e trovare gli altri tasselli del puzzle, quelli che poi danno la possibilità di vedere il quadro d’insieme, quello che è vietato mostrare. Secondo uno studio dell’associazione privata Council on Foreign Relations, solo nel 2016 il premio Nobel per la Pace, Obama, ha permesso che fossero sganciate ben 26.172 bombe su ben sette Paesi sovrani (Siria, Iraq, Afghanistan, Libia, Yemen, Somalia e Pakistan). Si tratta di tre bombe ogni ora per 24 ore al giorno che hanno ucciso migliaia e migliaia di civili innocenti come coloro che passeggiavano sulla Rambla a Barcellona.

Secondo un rapporto del 2014 dell’Ong britannica Reprive, per ogni “terrorista” ucciso nella guerra dei droni combattuta dagli Usa, le vittime civili sono state 28. In dieci anni, su 41 terroristi assassinati i droni hanno ucciso 1.147 innocenti. Uomini, donne e bambini di cui giornali e Tv non ci renderanno mai conto.

fonte: ilfattoquotidiano

Spectrum: la”condanna a morte”per l’ Adriatico

Spectrum: Una condanna a morte decretata a tavolino per l’ Adriatico, mentre tanta gente se la spassa in riva al mare, nel cuore di un’altra estate anomala.

Di Gianni Lannes

E’ una condanna a morte decretata a tavolino, mentre tanta gente se la spassa in riva al mare, nel cuore di un’altra estate anomala, e la casta dei politicanti al servizio degli interessi stranieri vomita futilità. Comunque, si sprofonda in tutta fretta verso il disastro finale, però, con tutte le autorizzazioni previste in carta bollata dalla legalità mafiosa.

«Non è attività di ricerca»: in base a questa incredibile motivazione i giudici amministrativi regionali del Lazio hanno respinto l’istanza della Provincia di Teramo, di 7 Comuni della costa teramana e di altri 2 Comuni marchigiani contro il decreto di Via rilasciato in favore della Spectrum Geo Limited. Che quindi potrà cercare gas e petrolio in una zona che va dalle coste della Romagna fino al Salento, per poi vendersi i diritti a rubare gli idrocarburi alle solite multinazionali impresentabili come la Shell o la Total.

Si tratta di un’area vasta ben 29.910 chilometri quadrati, a cui vanno sommati altri 35 mila chilometri quadrati concessi dalla Croazia alla stessa società. E’ il totale che fa la somma: 64.910 chilometri quadrati vuole dire accaparrarsi tutto il mare Adriatico, con conseguenze ambientali incalcolabili sul fronte dell’inquinamento, della subsidenza e dell’erosione costiera. Notoriamente, le estrazioni di idrocarburi minano la stabilità del sottosuolo e possono provocare terremoti. Inoltre, hanno un grave impatto sulla fauna, soprattutto a danno dei sensibili cetacei.

L’autorizzazione a devastare l’Adriatico, definita “compatibilità ambientale”, è stata rilasciata dai ministri dell’Ambiente e dei Beni e attività culturali. I ministri Galletti e Franceschini (entrambi nati in Emilia Romagna), come hanno potuto dare il via libera, quando il mare Adriatico impiega un secolo per ripulire la sue acque superficiali?

L’attività è quella di prospezione descritta da due istanze presentate il 26 gennaio 2011 per altrettante aree dell’Adriatico, la d1 BP SP (per 13.700 chilometri quadrati, da Rimini a Termoli) e la d1 FP SP (per 16.210 chilometri quadrati, da Rodi Garganico a Santa Cesarea Terme) entrambe riperimetrate il 29 gennaio 2016. Gli enti locali contestavano la procedura seguita dai ministeri competenti e che ha portato al decreto favorevole di Via, fino alla mancata valutazione ambientale strategica (VAS).

Dunque per il Tar, la Via è legittima, soprattutto perché non si tratta di attività di ricerca, ma di prospezione. Secondo il noto dizionario della lingua italiana Zingarelli, il termine “prospezione” vuol dire testualmente: «esplorazione del sottosuolo condotta con vari metodi e per molti scopi». La parola “esplorazione” significa alla lettera: «indagine diretta su cose o zone sconosciute». Vale a dire, inequivocabilmente, ricerca propedeutica all’estrazione di idrocarburi di pessima qualità (petrolio amaro). Allora, queimagistrati amministrativi non conoscono la lingua italiana. Ma quei togati come l’hanno avuto il posto fisso? O c’è di peggio dietro certe inqualificabili motivazioni per distruggere l’Italia?

Il presidente della Spectrum, Rune Eng, conferma che i dati finora raccolti «Indicano una grande potenzialità della parte croata dell’Adriatico», ma invita alla prudenza: «È ancora troppo presto per parlare delle quantità ma l’Adriatico orientale è senza dubbio molto attraente per le corporations internazionali dato che il mare non è molto profondo, fatto che riduce notevolmente il costo delle piattaforme per l’estrazione, in paragone ad altre parti del mondo, come in Africa o in Brasile».

I giacimenti di petrolio e di gas, sia pure di pessima qualità, fanno gola ad una ventina di multinazionali petrolifere che hanno già acquistato dalla Spectrum  la documentazione raccolta. La Croazia ha pubblicato un primo bando per le concessioni gasiere e petrolifere. Una procedura forse un po’ troppo “svelta” rispetto alle normative che l’Unione europea ha approvato dopo il disastro della Deepwater Horizon nel Golfo del Messico. Infatti il 21 maggio 2013, il Parlamento europeo ha approvato un rapporto che chiede nuovi standard di sicurezza nelle operazioni offshore di petrolio e gas e prevede norme che obbligano le aziende a provare la loro capacità di coprire i danni potenziali e dalle maree nere derivanti dalle loro attività e a presentare una relazione sui possibili pericoli e soluzioni, prima che le operazioni possano cominciare.

Ma Ivan Vrdoljak, ministro dell’Economia croato nel 2014 ha dichiarato: «Sembra che la Croazia possa essere uno dei pochi Paesi europei che possiedono molte più risorse di gas e petrolio del loro fabbisogno e potrebbe, entro la fine di questo decennio, trovarsi nella posizione di una piccola Norvegia, diventando uno snodo energetico dell’intera regione». Secondo Vecernji list l’operazione porterebbe nelle casse della Croazia fino a 1 miliardo e 300 milioni di euro in 4 anni.

Il 25 novembre 2013, l’eurodeputato Andrea Zanoni ha  presentato un’interrogazione alla Commissione europea per chiedere indagini sulle ricerche di idrocarburi che la Spectrum sta conducendo lungo le coste croate in Adriatico, denunciando «La pericolosità dei metodi impiegati, con l’emissione ogni dieci secondi di un muro di onde sonore di 240, 260 decibel che rappresentano una fonte di inquinamento acustico subacqueo con possibili effetti negativi sul prezioso ecosistema marino».

Mentre dal lato italiano dell’Adriatico la contrarietà a prospezioni e trivellazioni offshore di petrolio e gas si fa sempre più forte, la Croazia, ultima entrata nell’Unione europea, punta molto sullo sfruttamento dei giacimenti che ci sarebbero davanti alle sue coste dove è tornata la foca monaca.

Due anni fa il ministro dell’economia della Croazia, Ivan Vrdoljak, aveva invitato i giornalisti sulla Seabird Northern Explorer, la nave della compagnia norvegese Spectrum, che per conto del governo di Zagabria ha realizzato l’esplorazione delle risorse petrolifere offshore, confermando che «Ci sono forti e concreti indizi che nel sottofondo marino della parte croata dell’Adriatico potrebbero esserci ingenti risorse ancora non scoperte di petrolio e di gas».

La “Multi-Client 2D seismic acquisition survey offshore Croatia” della Spectrum  copre la maggior parte dell’off-shore croato  con una griglia 5 km x 5 km. L’indagine si collega a dati sismici dell’Adriatico italiano rielaborati da Spectrum, fornendo così una  valutazione a livello di bacino e «Confronti con analoghi campi di produzione di petrolio e gas nel vicino Adriatico italiano Adriatico – dice la società norvegese – l’acquisizione sismica iniziata nel settembre 2013 e si è conclusa il 19 gennaio 2014. Prodotti i finali saranno disponibili dall’aprile 2014».

I dati raccolti dai norvegesi dimostrerebbero quello che gli ambientalisti italiani e croati temono: «L’esistenza di giacimenti di petrolio e di gas» che fanno già gola ad una ventina di multinazionali petrolifere che hanno già acquistato dalla Spectrum la documentazione raccolta, cosa che non disturba Vrdoljak, che anzi ha detto che «Numeri più precisi sulle quantità delle risorse si sapranno dopo un’analisi dettagliata dei dati e un ulteriore ciclo di esplorazioni» e intanto ha annunciato che la Croazia pubblicherà già ad aprile un primo bando per le concessioni gasiere e petrolifere. Una procedura forse un po’ troppo “svelta” rispetto alle normative che l’Unione europea ha approvato dopo il disastro della Deepwater Horizon nel Golfo del Messico.

Infatti, il 21 maggio 2013, il Parlamento europeo ha approvato un rapporto che chiede nuovi standard di sicurezza nelle operazioni offshore di petrolio e gas e prevede norme che obbligano le aziende a provare la loro capacità di coprire i danni potenziali e dalle maree nere derivanti dalle loro attività e a presentare una relazione sui possibili pericoli e soluzioni, prima che le operazioni possano cominciare. Ma Vrdoljak tira dritto: «Sembra che la Croazia possa essere uno dei pochi Paesi europei che possiedono molte più risorse di gas e petrolio del loro fabbisogno e potrebbe, entro la fine di questo decennio, trovarsi nella posizione di una piccola Norvegia, diventando uno snodo energetico dell’intera regione». Secondo Vecernji list l’operazione porterebbe nelle casse della Croazia fino a 1 miliardo e 300 milioni di euro in 4 anni.

Attualmente esistono 107 piattaforme offshore dedicate all’estrazione di gas naturale, che sono ubicate per la quasi totalità nel mare Adriatico. In particolare 68 sono operative nel Nord Adriatico (costa romagnola), e 33 in Centro Adriatico.  Proprio  nel  settore petrolifero, attualmente ci sono oltre 12.290 kmq nell’Adriatico centro meridionale italiano, interessati da permessi di ricerca, istanze di coltivazione o per nuove attività  di esplorazione che si aggiungono alle 8 piattaforme già attive.

Il 25 novembre 2013, l’eurodeputato Andrea Zanoni ha  presentato un’interrogazione alla Commissione europea per chiedere indagini sulle ricerche di idrocarburi che la Spectrum sta conducendo lungo le coste croate in Adriatico, denunciando «La pericolosità dei metodi impiegati, con l’emissione ogni dieci secondi di un muro di onde sonore di 240, 260 decibel che rappresentano una fonte di inquinamento acustico subacqueo con possibili effetti negativi sul prezioso ecosistema marino».

I burocrati dell’Ue ha risposto il 23 luglio 2014: «La Commissione è a conoscenza delle attività di ricerca subacquea menzionate dall’onorevole deputato. Gli operatori devono rispettare le disposizioni delle direttive Uccelli selvatici(1) e Habitat(2), sotto la responsabilità dell’autorità competente croata. In particolare, gli Stati membri devono adottare provvedimenti che vietino di perturbare deliberatamente le specie marine rigorosamente tutelate come i cetacei e le tartarughe marine, in conformità all’articolo 12, paragrafo 1, lettera b), della direttiva Habitat.

Tra gli elementi da tenere in considerazione ai fini del rilascio dei permessi vanno annoverati anche gli effetti prodotti sugli ecosistemi marini e sugli habitat vulnerabili, e ciò nel rispetto del protocollo offshore della Convenzione di Barcellona per la protezione dell’ambiente marino e del litorale del Mediterraneo, alla quale l’UE ha aderito nel 2012. La Commissione è attualmente impegnata a verificare se tutti gli obblighi sono stati rispettati ed è in attesa che le autorità croate competenti le forniscano chiarimenti sul progetto in questione. Inoltre, la direttiva quadro sulla strategia per l’ambiente marino(3) fa obbligo agli Stati membri di elaborare strategie per l’ambiente marino finalizzate al conseguimento di un buono stato ecologico delle rispettive acque entro il 2020.

L’inquinamento acustico subacqueo costituisce uno dei principali problemi da affrontare. I Direttori delle Acque degli Stati membri hanno approvato recentemente un documento, di prossima pubblicazione, contenente delle linee guida per il monitoraggio dell’inquinamento acustico subacqueo».

Dopo due anni le autorità governative croate non hanno ancora fornito delucidazioni, mentre si moltiplicano i rischi e l’insensatezza della nuova corsa all’oro nero. Secondo informazioni riportate dal Vecernji list di Zagabria, ci sarebbe la possibilità di attivare circa venti centri estrattivi su piattaforma. Ad oggi le riserve certe sotto tutto il mare italiano sono di appena 9,7 milioni di tonnellate e nei fondali di fronte le coste di M arche, Abruzzo e Puglia, mentre si stima siano presenti 5,4 milioni di tonnellate di greggio nelle acqua prospicienti la Croazia.