Perché tanto “misterioso” silenzio occidentale sul Boeing malese abbattuto in Ucraina nel 2014?

Perché tanto “misterioso” silenzio occidentale sul Boeing malese abbattuto in Ucraina nel 2014?

Intanto il sito Soveršenno sekretno ha pubblicato materiali secondo cui nell’abbattimento del Boeing malese potrebbero essere coinvolti velivoli dell’areonautica militare ucraina
di Fabrizio Poggi

Il Ministero degli esteri della junta golpista di Kiev ha ritenuto doveroso porgere i propri sentiti ringraziamenti alla UE, per aver prolungato di altri sei mesi, fino al 31 gennaio 2018, le sanzioni contro la Russia. “Speriamo che a settembre 2017 siano prolungate anche le sanzioni individuali per azioni che intaccano l’integrità territoriale e la sovranità dell’Ucraina”, è detto nella nota di Kiev.

Tra le diverse e variegate motivazioni addotte a suo tempo per l’adozione, da parte dell’amministrazione Obama – e, a seguito di quella, anche da parte UE – delle sanzioni contro la Russia, una, peraltro lasciata opportunamente nel dimenticatoio per evitare di incorrere nel vecchio adagio maoista secondo cui “i reazionari sono degli stupidi: sollevano una pietra per lasciarsela cadere sui piedi”, riguardava l’abbattimento del Boeing malese MH17, il 17 luglio 2014, nei cieli del Donbass.

Da tempo si è detto che il silenzio caduto sopra il fatto, che costò la vita a quasi trecento persone, già di per sé la diceva lunga sulle accuse lanciate dai golpisti e dalle cancellerie occidentali, in primis contro le milizie popolari, additate come responsabili dirette dell’abbattimento e, per proprietà transitoria, contro Mosca, che avrebbe loro fornito il sistema terra-aria “Buk” atto alla bisogna, salvo poi riportarlo in territorio russo. A proposito del “improvviso silenzio USA sulla responsabilità russa”, alcuni media occidentali avevano da tempo notato come, se davvero Kiev e Washington non avessero avuto la “coda di paglia” e fossero state in possesso del pur minimo indizio contro le milizie del Donbass, non avrebbero mai cessato di accusarle, come invece hanno fatto da tempo.

Bene, ieri, il giorno stesso in cui Kiev rivolgeva i propri ringraziamenti a Bruxelles per le sanzioni, il sito Soveršenno sekretno ha pubblicato materiali secondo cui nell’abbattimento del Boeing malese potrebbero essere coinvolti velivoli dell’areonautica militare ucraina. A dire il vero, la versione non è nuova: dalla testimonianza dell’aviere ucraino che, oltre ad aver visto decollare un caccia e poi rientrare senza i missili di bordo, aveva sentito anche le parole criptiche del pilota sconvolto, ai dati dei sistemi radar russi, che indicavano come un Su-25 ucraino fosse in volo a una distanza di 3-5 km dal Boeing malese, ai numerosi “misteri” della cosiddetta commissione d’inchiesta olandese.

Soveršenno sekretno pubblica ora il piano di volo tracciato e firmato il giorno precedente la tragedia, il 16 luglio 2014, dal capitano Vladislav Vološin, della 299° brigata dell’aviazione tattica ucraina, e controfirmato dal colonnello Gennadij Dubovik. Secondo il piano, il velivolo sarebbe decollato dalla base ?uguev, nella regione di Kharkov, in direzione sudest, secondo una traiettoria che andava a incrociare il Boeing civile malese.

Nella pubblicazione sono riportate anche le conversazioni intercorse tra i militari ucraini. Soveršenno sekretno non sostiene che il Boeing sia stato abbattuto dal capitano Vološin, ma si limita a sollecitare uno studio più attento dei materiali, compreso l’ordine di volo 734, preparato dal colonnello Dubovik all’antivigilia dell’abbattimento del Boeing e in cui sono indicati i vari velivoli (Su-25M1 N°08, Su-27 N°36, MiG-29MY1 N°29) che sarebbero stati impegnati in combattimento il 17 luglio. Nulla di sconvolgente, dunque, come scrive lo stesso Soveršenno sekretno; ma, in ogni caso, sufficiente quantomeno a sconfessare quanto si era affrettato a sostenere, alle 8 di sera di quel 17 luglio, Interfax-Ukraina, secondo cui “Oggi l’aviazione delle forze ATO” – l’operazione antiterrorismo, come la junta definisce la guerra contro il Donbasss – “non si è assolutamente alzata in volo: né elicotteri, né aerei, né caccia”. Nella conversazione con la fonte di Soveršenno sekretno, il tenente-colonnello Baturin, al comando del reparto 4104, ha dichiarato che il 17 luglio 2014, aerei militari ucraini “erano in volo per eseguire l’ordine N°1 per la distruzione di obiettivi aerei nella zona di Snežnoe e Torez”. Soveršenno sekretno aveva già in precedenza pubblicato una copia dell’ordine delle Forze armate ucraine per la distruzione di ogni indizio e testimonianza sull’abbattimento del Boeing.
Forse anche per mettersi al sicuro da brutti scherzi che possono mettere a repentaglio “segreti” come quello sull’abbattimento del Boeing malese, il segretario generale della NATO Jens Stoltenberg ha annunciato ieri che l’Alleanza aumenterà il numero di aerei da guerra in grado di aggirare i moderni sistemi antimissile. Non solo, la NATO ha “intenzione di rafforzare anche i propri sistemi antimissile, compresi i vascelli con a bordo mezzi difesa aerea”.

Così che nessuno possa intervenire a turbare il silenzio sulle responsabilità del prossimo, non così improbabile, abbattimento.

http://www.sovsekretno.ru/articles/id/5719/

Le mail della Clinton rivelano il vero motivo dell’intervento in Libia

foreignpolicyjournal.com

Le mail appena rivelate mostrano che la NATO intervenne perché Gheddafi voleva creare una propria moneta, agganciata all’oro, per competere con l’euro e il dollaro.

A capodanno sono state pubblicate oltre 3.000 nuove e-mail della Clinton quando era al Dipartimento di Stato. La CNN ovviamente si è concentrata sulle più futili.

Gli storici nel 2011 invece si sono subito concentrati sulle conferme esplosive ivi :contenute: ammissioni di crimini di guerra, infiltrati in Libia sin dall’inizio delle rivolte, la presenza di Al Qaeda nell’opposizione appoggiata dagli USA, paesi occidentali che si combattono per il petrolio libico e la preoccupazione per le riserve d’oro e d’argento di Gheddafi che minacciavano l’euro.

Le squadre della morte di Hillary

Il 27 marzo scorso, una nota di Sidney Blumenthal, storico consigliere dei Clinton e raccoglitore di intelligence per Hillary, contiene evidenti testimonianze di crimini di guerra compiuti dai ribelli sostenuti dalla NATO. Citando come fonte un comandante dei ribelli, Blumenthal riferisce confidenzialmente:

Sotto l’attacco delle forze aeree e navali degli alleati, le truppe libiche hanno cominciato sempre più ad unirsi ai ribelli.

(Commento della fonte: in confidenza, un comandante ribelle ha detto che le sue truppe continuano ad uccidere tutti i mercenari stranieri catturati nei combattimenti…).

Mentre l’illegalità degli omicidi degli “squadroni della morte” è facilmente riconoscibile, dietro al riferimento ai “mercenari stranieri” potrebbe esserci una sinistra realtà, non immediatamente evidente alla maggior parte della gente.

Gheddafi era noto per avvalersi di aziende europee ed internazionali per lavori di sicurezza ed infrastrutture, e guarda caso nessuna di queste è stata presa di mira dai ribelli.

Ci sono invece molte testimonianze che dimostrano che civili libici e lavoratori sub-sahariani, popolazione favorita da Gheddafi nelle sue politiche per l’Unione africana, sono stati obiettivi della “pulizia razziale” dei ribelli, che vedevano i neri libici come troppo legati al regime.

Questi ultimi sono stati comunemente etichettati dai ribelli come “mercenari stranieri” per la loro fedeltà assoluta al leader, sono stati soggetti a torture ed esecuzioni ed hanno subìto una pulizia etnica. Ne è un esempio Tawergha, città popolata interamente da 30.000 libici “scuri”, scomparsi nell’agosto 2011 dopo la sua presa da parte delle brigate NTC Misratan, sostenute dalla NATO.

Questi attacchi erano ben noti fin dal 2012 e spesso filmati, come conferma il report del Telegraph:

Dopo la cattura di Gheddafi ad agosto, centinaia di lavoratori migranti provenienti dagli stati vicini sono stati imprigionati da combattenti alleati alle nuove e provvisorie autorità. Accusano gli africani neri di essere mercenari del defunto leader.

Sembra che la Clinton venisse personalmente informata dei crimini dei suoi amati combattenti anti-Gheddafi ben prima che questi avvenissero.

Al-Qaeda e forze speciali occidentali in Libia

La mail di Blumenthal conferma anche il sospetto che le forze speciali di addestramento abbiano collegamenti con Al Qaeda.

Riferisce che unità speciali britanniche, francesi ed egiziane stavano formando militanti libici lungo il confine egiziano-libico e nelle periferie di Bengasi.

Questa è la prova definitiva che forze speciali erano sul territorio sùbito dopo l’inizio delle proteste scoppiate a metà febbraio ’11 a Bengasi.

Dal 27 marzo di quella che si era presunto fosse una semplice “rivolta popolare”, operativi esterni stavano già “sovrintendendo al trasferimento di armi e forniture ai ribelli”, tra cui “una fornitura apparentemente infinita di fucili AK47 e relative munizioni”.

Solo alcuni paragrafi dopo questa ammissione, si invoca invece cautela sulle milizie che queste forze speciali occidentali stavano formando. C’era infatti la preoccupazione che “gruppi radicali/terroristici come il Gruppo dei combattenti islamici libici ed Al-Qaida nel Maghreb islamico (AQIM) infiltrassero l’NTC ed il suo comando militare”.

La minaccia del petrolio e dell’oro libici per gli interessi francesi

Anche se la risoluzione 1973 del Consiglio di sicurezza ONU proposto dalla Francia diceva che la no-fly zone sula Libia era per proteggere civili, una mail di aprile 2011 inviata ad Hillary con l’argomento “il cliente francese e l’oro di Gheddafi” svela altri fini.

Questa indica che Sarkozy era in prima fila nell’intervento in Libia, per cinque ordini di motivi: ottenere il petrolio libico, consolidare l’influenza nella regione, aumentare la propria reputazione a livello nazionale, affermare il potere militare francese e togliere l’ascendente di Gheddafi sull’”Africa francofona”.

La cosa più sorprendente è la lunga sezione che descrive l’enorme minaccia posta dalle riserve d’oro e argento del leader, stimate in 143 tonnellate ciascuna, al franco francese (CFA), che circola come prima moneta africana. Invece della nobile dottrina della “Responsabilità alla Protezione” (R2P) data al pubblico, la spiegazione “riservata” è questa:

Questo oro è stato accumulato prima della ribellione attuale ed era destinato a creare una moneta pan-africana basata sul dinaro. Il piano era dare agli africani francofoni un’alternativa al franco.

(Secondo gli esperti, questa quantità d’oro e d’argento vale più di 7 miliardi di dollari. L’intelligence francese ha scoperto questo progetto poco dopo l’inizio dell’attuale ribellione e questo è il motivo della decisione di Sarkozy).

Da notare che il salvataggio dei civili non viene neanche menzionato.

Invece, la grande paura era che la Libia potesse dare indipendenza al Nord Africa col dinaro.

L’intelligenza francese “ha scoperto” l’alternativa libica all’euro: non poteva essere concesso.

La facilità della propaganda

All’inizio del conflitto libico, il Segretario di Stato Clinton accusò formalmente Gheddafi ed il suo esercito di usare lo stupro di massa come strumento di guerra. Sebbene numerose organizzazioni internazionali, tra cui Amnesty, dimostrarono sùbito la falsità di queste affermazioni, le accuse vennero pompate da politici e media occidentali.

Visto che infangava il leader libico, la cosa venne presa per buona dai network.

Ci sono altre due balle presenti nell’ultima serie di mail. Una è l’uso di Viagra da parte delle truppe per compiere strupri di massa. L’altra è l’affermazione che i corpi siano stati “sistemati” dal governo libico nei siti di bombardamento NATO per far credere che siano stati gli Occidentali ad aver colpito i civili.

In una e-mail di fine marzo ’11, Blumenthal confessa ad Hillary:

Ho riferito questo rumor dei cadaveri circa dieci giorni fa. Ma ora, come sapete, Robert Gates gli ha dato eco.

Le fonti (ancora una volta, solo voci) ora dicono che Gheddafi ha adottato una politica di stupro e ha anche distribuito Viagra alle truppe. L’incidente alla conferenza stampa di Tripoli, dove una donna ha affermato di esser stata violentata, è probabilmente parte di una cosa ben più grande. Seguiranno aggiornamenti.

Non solo il segretario alla Difesa Robert Gates ha promosso la sua teoria a “Face The Nation” di CBS News, ma la narrativa degli stupri è andata sui titoli di tutto il mondo, dato che Susan Rice, l’ambasciatrice americana all’ONU, ne ha pubblicamente accusato la Libia davanti al Consiglio di Sicurezza.

Queste mail confermano che il Dipartimento di Stato non solo sapeva della natura spuria di ciò che Blumenthal chiama “voci” che avevano come fonte esclusiva il lato dei ribelli, ma anche che non ha fatto nulla per impedire che tali false notizie arrivassero ai piani alti, che ne hanno poi dato “credibilità”.

Sembra inoltre che la storia del Viagra probabilmente sia stata inventata di sana pianta da Blumenthal stesso.

Brad Hoff
Fonte: www.foreignpolicyjournal.com

Isis, alla festa di addio del kamikaze la cintura esplode per errore: 12 morti

Dodici miliziani dell’Isis sono rimasti uccisi in Iraq durante una “festa d’addio” di un aspirante attentatore suicida, quando la cintura esplosiva che doveva indossare è saltata in aria per errore. L’episodio è avvenuto ieri sera in una fattoria a Makhisa, non lontano dalla città di Baquba, una sessantina di chilometri a nord-est di Baghdad.

L’aspirante attentatore doveva farsi saltare in aria proprio a Baquba, capoluogo della provincia di Diyala. Ma per un errore la carica che doveva usare è esplosa durante quella che le fonti hanno descritto come una «festa del sangue». Vale a dire la cerimonia in cui al kamikaze vengono resi gli onori da parte degli altri jihadsiti.

Travaso dell’elettorato tra primo e secondo turno.

Ius Soli, il generale della Folgore: “Una immane catastrofe, l’Italia diventerà un inferno afro-islamico”

Ius Soli, il generale della Folgore: "Una immane catastrofe, l'Italia diventerà un inferno afro-islamico"

Ha vissuto da vicino l’orrore di Nassirya, dove nel 2006 è morto suo nipote, e il volto peggiore dell’Islam radicale, oggi si oppone disperatamente allo Ius Soli. Il generale Renato Perrotti, ex vicecomandante della Folgore, veterano dei Balcani, della Somalia e dell’Iraq, ha lanciato un appello su Facebook: “Parlamentari italiani, cittadini italiani, amici di Facebook, opponetevi alla follia ideologica dello ius soli”. Come riporta anche il Giornale, il militare italiano spiega per filo e per segno perché la concessione della cittadinanza ai figli di immigrati nati in Italia possa segnare in maniera devastante il futuro del nostro Paese.

“La sovraffollata e indebitatissima Italia – scrive il generale Perrotti – non è la vasta e deserta America del 1800. Non può concedere spazio, passaporto e diritti a chiunque venga partorito in Italia. In base alla legge attualmente vigente, tutti gli stranieri possono diventare cittadini italiani, ma dopo aver compiuto diciotto anni, dopo aver studiato in Italia e dopo aver espresso la volontà di optare per la cittadinanza italiana”. Il suo è un attacco durissimo: “Lo ius soli, proposto e fermamente voluto da questo inetto e a moltissimi inviso governo di sinistra concederà la cittadinanza anche in base alla sola nascita sul territorio italiano. Con esso si manifesta la volontà di alterare, deformare, corrompere il tessuto socio-culturale del nostro Paese. La conseguenza di esso sarà un’immane catastrofe, che sconvolgerà la vita di tutti”. C’è solo una strada secondo il militare della Folgore: ognuno dovrebbe annunciare pubblicamente di votare “contro tutti i partiti e i politici che sostengono la proposta di legge in discussione per lo ius soli”. Certo, serve coraggio: “Non lasciatevi intimidire dal ricatto morale di chi vi chiama razzisti e xenofobi: i veri razzisti sono coloro che stanno distruggendo il futuro dei vostri figli, coloro i quali approveranno una legge che renderà l’Italia un inferno afro-islamico“.

liberoquotidiano.it

Perché finora in Italia non ci sono stati attacchi terroristici?

Abbiamo analizzato le risposte degli esperti per capire come mai il nostro paese, a differenza di Francia, Regno Unito, Belgio e Germania, non è ancora stato colpito da attentati legati all’Isis

21 Giu. 2017  
Terrorismo Islamico

I primi mesi del 2017, come quelli di tutto il 2016, sono segnati da numerosi attentati, che hanno colpito luoghi vicini e lontani alla nostra penisola, in Francia, Regno Unito, Belgio, Germania.

In molti si chiedono come mai l’Italia sia rimasta finora fuori dagli obiettivi dei gruppi terroristici, nonostante le numerose minacce arrivate attraverso i video di propaganda del sedicente Stato Islamico.

È difficile riuscire a trovare un risposta univoca ed esaustiva, così come è difficile stabilire la portata del pericolo di attentati nel nostro paese. 

Alcuni esperti pensano che la minaccia sia reale: non si tratta più di stabilire se si verificheranno, ma solo di riuscire a prevenirli.

“È sempre più concreto il rischio che alcuni soggetti radicalizzati in casa decidano di non partire verso Siria ed Iraq determinandosi a compiere il jihad direttamente in territorio italiano”, segnalava a febbraio 2017 la relazione annuale dell’intelligence inviata in Parlamento, che parlava di “pronunciata esposizione dell’Italia alle sfide rappresentate dal terrorismo jihadista”.

Ma la domanda resta: perché finora in Italia non ci sono stati attentati terroristici?

Abbiamo analizzato le diverse risposte date da storici, politologi, sociologi ed esperti sul tema.

L’Italia come base logistica

Alcuni sostengono che l’Italia sia un’importante base logistica di transito verso l’Europa dei militanti del sedicente Stato Islamico. 

In Italia si arriva facilmente e non solo sui barconi. Il collegamento con la Grecia è un elemento importante vista la vicinanza con la Turchia e da qui la Siria.

Secondo questa ipotesi, l’Isis ottiene un notevole introito finanziario dal traffico di migranti tra la Libia e le coste della nostra penisola. Per questo le conviene escludere atti terroristici in Italia per operare in condizioni di relativa tranquillità.

Inoltre nel nostro paese è più semplice procurarsi documenti falsi o puliti. Le stamperie illegali gestite da stranieri e italiani forniscono qualsiasi tipo di documento per un clandestino. Questo elemento favorisce gli spostamenti tra i diversi paesi.

È accertato che in passato gruppi armati islamici hanno usato l’Italia come base per la falsificazione di documenti. Nei primi anni Novanta, quando in Algeria esplose la guerra civile, Napoli era il centro di queste falsificazioni.

L’Italia continua a offrire il suo supporto alla causa terroristica soprattutto nella falsificazione di documenti, come evidenziato in una ricerca del Centro studi per l’Islam contemporaneo. Da luglio 2014 a maggio 2016 sono state rubate in Italia quasi cinquemila carte di identità. Le bande criminali rivendono la documentazione a intermediari, che a loro volta la rivendono all’utilizzatore finale.

Oltre ai documenti falsi, l’Italia è anche il luogo ideale dove rifornirsi di armi e munizioni. A inizio 2017, per tre italiani e un libico fu emesso un provvedimento di fermo dalla Dda di Napoli per traffico internazionale di armi che aggirava l’embargo verso Iran e Libia.

Per l’Isis sarebbe strategicamente inutile colpire un paese dove si ha ancora tanta libertà di movimento.

L’efficacia dell’intelligence italiana

Un’altra ipotesi riguarda l’elevata efficacia delle misure antiterroristiche adottate in Italia.

L’intelligence italiana funziona bene perché con il terrorismo ha già avuto a che fare nella sua storia, soprattutto negli anni Ottanta. Le agenzie sono in grado di scongiurare eventuali attentati su larga scala.

Nella prima metà degli anni Duemila, le difficoltà internazionali di al-Qaeda e le efficaci operazioni dell’antiterrorismo italiano portarono allo smantellamento delle principali reti di reclutamento e finanziamento del jihad.

Inoltre, in Italia, rispetto ad altri paesi, vi è stato un uso esteso delle espulsioni in via amministrativa di soggetti stranieri sospettati di terrorismo. 

A inizio marzo 2017, il numero di espulsioni come prevenzione antiterrorismo era di 16 persone, mentre sono 148 da gennaio 2015. Sedici espulsi in due mesi sono una media sensibilmente più alta degli anni scorsi che mostra come gli investigatori puntino ad allontanare chiunque si dimostri potenzialmente pericoloso.

Secondo lo studio Foreign fighters italiani. Indicatori di rischio e prevenzione pubblicato dal governo il 25 gennaio 2017, esiste una zona d’ombra rappresentata da individui, luoghi e situazioni che sono costantemente monitorati dall’apparato di intelligence e dalle forze di polizia.

Circa 1.200 siti di interesse e 300 individui sono attenzionati; luoghi di culto e centri culturali, ma anche prigioni, negozi, ristoranti, internet point sono sotto esame in quanto luoghi di aggregazione a rischio di proselitismo jihadista.

La poca radicalizzazione

Un altro elemento da considerare è che in Italia non c’è una comunità musulmana radicata da generazioni come in Belgio, Regno Unito e Francia. Un potenziale terrorista dell’Isis che viene dall’estero avrebbe più difficoltà a ricevere aiuto e una base d’appoggio.

Nel nostro paese sono poche – o comunque meno rispetto agli altri paesi – le aree urbane e suburbane degradate e a forte concentrazione islamica, che possono favorire la radicalizzazione e l’adesione al jihadismo.

Fino a oggi non sono emersi referenti attivi sul web – persone in grado di ispirare e guidare, anche da remoto, gli affiliati. In Belgio, Francia e Germania le segnalazioni sono state più numerose. Ci sono però indicazioni che qualcosa sta crescendo, così come è in aumento il materiale di propaganda in italiano.

Il pericolo reale deriva dai detenuti all’interno delle carceri. Secondo i dati del 13esimo rapporto Antigone sono 365 quelli sui quali si concentrano timori di radicalizzazione  e sono suddivisi in tre categorie: segnalati (124 persone), attenzionati (76) e monitorati (165).

Tra i monitorati, sono conteggiate anche le 44 persone che sono incarcerate con l’accusa di terrorismo internazionale nelle sezioni di alta sicurezza.

Mancanza di gruppi organizzati

Gli attentati finora rivendicati dallo Stato Islamico non sono stati tutti pianificati e diretti dal gruppo.

Alcuni sono stati compiuti da quelli che sono definiti lupi solitari, persone che agiscono in autonomia e per propria volontà; che si sono radicalizzate con il materiale di propaganda diffuso su internet ispirandosi all’ideologia jihadista dello Stato Islamico.

Finora l’intelligence italiana ha ritenuto più probabili in Italia gli attentati dei lupi solitari, anche se non si possono escludere del tutto attacchi più organizzati.

A questa tipologia si sono aggiunti i foreign fighters (FTF), persone tornate a casa dopo aver ricevuto addestramento militare in Siria, Iraq o Libia.

Il fenomeno dei FTF ha avuto finora un impatto minore sulla nostra società, specialmente se confrontato con le stime ufficiali di altri paesi dell’Europa occidentale10. In passato, l’Italia è stata utilizzata dal movimento jihadista mondiale principalmente come base logistica e la composizione della rete dei mujaheddin italiani è sempre stata fluida e variegata.

L’assurda tesi sul ruolo della mafia

C’è un’altra ipotesi che circola da anni, secondo cui sarebbe la mafia a tutelarci da eventuali attacchi terroristici. Potenziali attentati possono essere condotti solo da Napoli in su: dal capoluogo partenopeo in giù la presenza delle organizzazioni criminali che controllano il territorio non permette infiltrazioni.

Camorra, ‘Ndrangheta e Cosa Nostra possono guadagnare dal loro passaggio sul territorio ma sanno che la presenza in loco di questi soggetti li può solo danneggiare. E viceversa.

Gli stessi terroristi sanno che il controllo sul territorio esercitato dai vertici mafiosi rischierebbe di farli entrare nel mirino degli investigatori. Preferiscono stipulare accordi e restare nell’anonimato senza interventi vistosi.

Ma l’Isis ha davvero paura delle mafie italiane, tanto da evitare i luoghi in cui si annidano, dunque soprattutto Sicilia, Campania, Calabria?

Questa ipotesi è stata più volte smontata dall’intelligence italiana. Per i servizi segreti è assurdo basare la sicurezza nazionale sul fatto che mafia, camorra, ndrangheta siano d’ostacolo ai terroristi nel Meridione.

Al contrario, se si vuole accostare la criminalità organizzata italiana al terrorismo internazionale, si dovrebbe parlare di più della convergenza nei traffici criminali e negli specifici interessi economici.

Mappa dei rischi Mondiale 2017
RiskMap-2017

fonte: www.tpi.it

SI PROSPETTA LA SOLUZIONE DI PADOAN PER BPVI E VB. UN REGALO AD INTESA A SPESE DEL CONTRIBUENTE. CHE DIRE, COMPLIMENTI

Questa mattina Paolò Cardenà, ottimo analista di questioni bancarie ed amico, scriveva su FB

A un euro, le banche venete, me le compro io. Anzi, dato che sono di manica larga, facciamo anche due euro. Voglio scialare. Ci si scherza, ma il risultato finale di questa brutta storia, qualunque esso sia, dimostra solo il dilettantismo con il quale (non) si sono affrontate le questioni bancarie, dopo anni e anni di inerzia che ha aggravato la situazione.

IL problema è che ha perfettamente ragione, anzi, la cosiddetta “Soluzione” che pare verrà partorita dalle aule ministeriali e che vi illustreremo fra poco, vi sconsigliamo di provare ad applicare in proprio, perchè incorrereste nel reato di Bancarotta Fraudolenta (fra 3 e 10 anni di pena), nella sottospecie della Bancarotta per Distrazione:

La distrazione: si ha distrazione quando si conferisce al bene una destinazione diversa da quella imposta dalla norma giuridica, ovvero quella di tenere a disposizione degli organi del fallimento i beni dell’imprenditore insolvente, affinché possano essere distribuiti ai creditori. L’impostazione maggioritaria ritiene che per l’accertamento della distrazione sia sufficiente verificare la sussistenza di una sproporzione ingiustificata tra attivo e passivo nel bilancio dell’impresa. (Altalex)

Non mi viene in mente nessun altro termine per definire quello che si sta compiendo per via legislativa.

Ecco la soluzione, caldeggiata, ovviamente, dal sistema bancario che , dopo aver schifato le Venete, ora fa la corsa per accaparrarsene i pietosi resti.

Le banche andrebbero fi fronte ad una parziale liquidazione coatta. Da un lato avremmo una parte risanata , senza gli NPL, senza il contenzioso con i soci azzerati, che sarebbe assegnata ad una cifra “Simbolica” a Banche intesa , dall’altra  una Bad Bank, che gestirebbe gli NPL ed il contenzioso.

Come verrebbe capitalizzata questa società:

  • dal capitale delle vecchie banche ;
  • dalla conversione degli obbligazionisti Junior;
  • se si volesse applicare la normativa BRRD alla lettera anche dagli obbligazionisti ordinari (fino ad un massimo dell’8%).

Cosa si avrebbe come risultato:

  • la banca “Buona”, regalata ad Intesa (o a qualche altro istituto, visto che avere attivi gratis pare sia una cosa interessante per tutti), si porterebbe dietro l’attivo “Buono” ed i Conti Correnti, che verrebbero garantiti, come del resto lo sono sempre stati;
  • la banca “Cattiva” gestirebbe, con un’iniezione di capitali da parte dello stato di 5 o 6 miliardi , gestirebbe gli NPL ed i contenziosi, azzerando azionisti ed obbligazionisti Junior.

Per gli obbligazionisti Junior ante 2015, tutti misselling, interverrebbe  poi una eventuale soluzione come quella per MPS, cioè lo Stato imporrebbe la sostituzione delle stesse, senza perdite aggiuntive.

Come ho scritto all’inizio non provate ad applicare questa soluzione alle vostre finanze private perchè incorrereste nella “Bancarotta Fraudolenta per distrazione”: infatti sottrarre i beni ai creditori (leggasi azionisti precedenti azzerati fraudolentemente) è un reato penale non secondario. Il tutto dopo mesi e mesi di assicurazioni che non vi sarebbe stato il bail in , che tutto andava bene etc etc.

I risultati :

  • Atlante va a zero, come prevedibile;
  • gli azionisti azzerati possono sperare di avere ristoro solo tramite azione legale, che, a questo unto, acquisisce ancora più forza. A questo punto ci sono pure estremi di incostituzionalità (art 47 cost). La Bad Bank dovrà gestire e concludere questi contenziosi;
  • la soluzione è la più costosa per la collettività per fare un regalo a qualcuno. Letteralmente un regalo ad uno a spese di tutti. Un regalo che poi condurrà tanti altri regalini, sotto forma di contributi pubblici per lo scivolo dei dipendenti in esubero, che saranno ancora più numerosi , vista la necessità di far fronte all’integrazione con Intesa;
  • si è fatto strame di tutta la certezza del diritto, con un’esempio di superficialità totale ed assoluta , di sprezzo della legge e del buon senso.

Che dire, fate causa come se non ci fosse un domani, e ricordatevi di queste scellerate scelte quando pagherete le tasse per coprire qusti costi e quando sceglierete i vostri politici, se ancora e lo permetternno.